BIG DATA: pensi di saperne abbastanza?

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Sempre più spesso oggi si sente parlare di Big Data, ma cosa sono esattamente e, soprattutto, siamo sicuri di saperne davvero abbastanza al riguardo?

È stato questo il tema principale dell’incontro dei soci di UBES che si è tenuto Giovedì 14 Marzo e nel quale è intervenuto Giulio Ancilli, Head of Advanced Analytics, BigData and IoT solutions dell’azienda informatica Prometeo.

Dopo una breve introduzione su quelle che sono le qualità principali che caratterizzano i dati informatici (scalabilità, rinforzabilità, difendibilità) e, dopo aver definito l’importanza sempre più centrale della cosiddetta IoT, l’Internet of Things, la discussione si è, quindi, addentrata nell’argomento principale della presentazione, ovvero di quello che ormai viene definito il “nuovo petrolio” delle aziende.

Per Big Data, termine coniato da McKinsey, si intende quell’insieme di dati la cui taglia è talmente grande da eccedere la capacità dei sistemi tradizionali dei database di immagazzinarli, gestirli e analizzarli. Tre sono gli elementi che, generalmente, caratterizzano questa massa enorme e indefinita di informazioni: il volume, riferito a una quantità di osservazioni che spazia dai terabytes agli zettabytes; la varietà, legata al fatto che i dati raccolti si differenziano per ogni tipo, apparendo spesso destrutturati e, infine, la velocità con la quale queste informazioni vengono raccolte, in una modalità che è sempre più fluida e istantanea.

La discussione è quindi proseguita attraverso la spiegazione di quello che è l’utilizzo pratico dei Big Data, utilizzo connesso alla Business Intelligence. Questo tipo di strumento, nato intorno agli anni ’70 e ’80, rappresenta quell’insieme di metodologie e di tecniche utilizzato dalle società per raccogliere e analizzare i dati, estraendone gli aspetti più rilevanti e contestualizzandoli nella realtà passata e presente dell’azienda. Recentemente, tuttavia, questo settore si è ulteriormente evoluto, mettendo in luce la potenzialità degli Advanced Analytics. Anche questi ultimi consentono di raccogliere e gestire informazioni, tuttavia l’obiettivo di fondo è completamente diverso. Se la Business Intelligence rappresenta una sorta di “fotografia del passato”, gli analytics consentono, attraverso l’inviduazione di modelli rilevanti e insights significativi nei dati, di prefigurare una serie di scenari possibili futuri, che permettono di mettere in atto comportamenti correttivi rispetto al domani. Un risultato oggi reso possibile, rispetto al passato, grazie all’enorme quantità di dati che abbiamo a disposizione e grazie a una sufficiente capacità lavorativa.

Il valore di questa tecnologia è altamente connessa a una riduzione dei costi e all’ottimizzazione del processo decisionali. Un esempio? Aziende come Amazon, senza gli analytics, farebbero molta fatica a mentenere la propria posizione competitiva sul mercato, in quanto non sarebbe in grado di accontentare in anticipo i bisogni del cliente.

Alla luce di ciò che è stato detto sugli analytics, è sorta spontanea una domanda e cioè “qual è il loro rapporto con i Big Data?”.

La risposta è molto semplice: se i Big Data rappresentano l’involucro all’interno del quale vengono inseriti tutti i dati, gli analytics costituiscono, invece, lo strumento che ci consente di analizzarli e di orientarli verso una direzione ben precisa.

Sono ormai numerosi gli ambiti progettuali nei quali vengono applicati: tracciamento asset, share economy, valutazione del rischio di credito, cross/up selling, identificazione del rischio di mercato, costumer care etc.

Tuttavia, come più volte sottolineato dal dottor Ancilli, un utilizzo scorretto e non ben orientato di questa enorme massa di dati può portare, inevitabilmente, a dei risultati distorti. Per questo motivo è sempre molto importante rispettare quelle che sono le due fasi fondamentali di approccio ai Big Data, ovvero la comprensione del business e la comprensione dei dati.

L’invervento si è quindi concluso passando in rassegna quelle che sono le figure professionali più ambite dal mercato e connesse con l’utilizzo dei Big Data, ovvero i Data Scientist, Data Enginer, Data Analyst etc. Come ricordato dal dottor Ancilli, tattavia, è quanto mai fondamentale che le analisi dei dati siano sempre frutto di un vero e proprio lavoro di squadra e che spesso, agli specialisti di algoritmi, si affianchino specialisti del management.

Erika Balzano

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ECONOMIA DEI SOCIAL: l’innovazione del business con il web 2.0

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Tutti conosciamo e facciamo uso dei social network più comuni: Facebook, WhatsApp, Instagram o Twitter. È molto facile restare collegati, non è prevista alcuna fee di iscrizione, per cui chiunque può registrarsi, creare il proprio profilo e utilizzare i social a costo zero.

Il modo di fare business è in continua evoluzione e oggi non si comunica più con i clienti come si faceva qualche anno fa. Le persone hanno sempre meno tempo a disposizione e, per questo, necessitano di informazioni, che devono essere sempre più chiare e dirette. Questa esigenza di immediatezza trova ampia soddisfazione nella diffusione dei nuovi servizi digitali.

Cosa sono, dunque, i social? In che modo le aziende si avvicinano alle nuove piattaforme? Quali sono i vantaggi? Ma soprattutto, quanto investono e quanto investiranno?  Sono queste le domande a cui abbiamo cercato di rispondere.

CHE COSA SONO I SOCIAL?

I social sono un servizio di rete sociale offerto mediante internet, il cui scopo principale è facilitare la gestione dei rapporti interpersonali consentendo la comunicazione e la condivisione attraverso testi, link, brani musicali e video.

Grazie a Global Digital 2018, indagine condotta da We Are Social, è emerso come, nel mondo, il numero degli utenti attivi sui social è superiore ai 3 miliardi. Considerando che si tratta di un fenomeno in continua crescita, ogni azienda, per poter promuovere un piano di sviluppo vincente, non può prescindere dal suo utilizzo nella propria strategia di marketing.  Difatti non è più possibile ignorare la sovranità di questi nuovi servizi o l’opportunità di collegare il mondo attraverso un unico canale. Solo così è possibile intraprendere un dialogo diretto con i consumatori, guidarli ed instaurare con loro una vera e propria relazione, mettendo alla base del rapporto il miglioramento del customer engagement.  Ma attenzione, non è sufficiente aprire un profilo aziendale con il solo obiettivo di aumentare le vendite. È, al contrario, fondamentale sapere che cosa trasmettere e soprattutto individuare una strategia che sia immediata ed adatta alle aspettative del cliente, per far sì che le aziende possano veicolare i messaggi in modo diretto e personale, aumentando così la fidelizzazione.

Ma come agiscono, quindi, le grandi imprese? In questo caso la parola chiave è advertising. I big player riescono a generare profitto preferendo investire sulle pubblicità che compaiono nella rete su post, banner o immagini, e non più sui media tradizionali.

QUALI VANTAGGI NE DERIVANO?

I vantaggi ottenuti dal nuovo utilizzo sono una maggiore e immediata conoscenza del proprio pubblico con semplice individuazione di coloro che sono i destinatari. Con Facebook o Twitter è infatti possibile segmentare gli utenti in base al loro luogo di provenienza, interessi, hobby, istruzione o situazione sentimentale rivolgendosi ad una certa categoria o cercando di sapere di più su un certo gruppo per poter trasformare in effettivi gli attuali clienti potenziali. Inoltre, Twitter è in grado di creare una ricerca geo in Hootsuite ed individuare chiunque twitti o usi hashtag relativi alla nostra attività lasciando commenti, sensazioni ed opinioni sia sui nostri servizi che su quelli dei nostri competitors. È una metodologia per ottenere un feedback immediato e capire altrettanto rapidamente come si stanno muovendo i nostri concorrenti. Quindi, se la nostra proposta non è in linea con le aspettative o tralascia alcuni dettagli, saperlo direttamente ci consente di intervenire in tempi ragionevoli, evitando di perdere i clienti insoddisfatti o non totalmente convinti della nostra offerta.

QUALI SONO LE DIFFERENZE RISPETTO AI MEDIA TRADIZIONALI?

I punti di forza sono sicuramente i costi ridotti, accessibilità alle informazioni, fruibilità senza specifiche competenze per coloro che vi lavorano, velocità e possibilità di modificare i contenuti diffusi in ogni momento.

INFLUENCER MARKETING

Se da una parte l’advertising è sempre esistito ma ha semplicemente cambiato la propria forma di esprimersi, l’influencer marketing, invece, è una forma basata sull’influenza che alcuni individui hanno su altri per la vendita di prodotti o servizi. Gli influencer possono essere anelli della filiera di approvvigionamento come dettaglianti, produttori, agenti di commercio, grossisti o possono essere personaggi di rilievo come giornalisti, accademici, analisti e consulenti professionali.

MA QUANTO SI INVESTE NEGLI INFLUENCER?

Dall’indagine del neonato Osservatorio sull’Influencer Marketing emerge che le imprese investono tra i 10 e 50 milioni di euro con delle macro differenze:

  • il 21% ha speso più di 50k euro
  • il 5% ha speso 0 euro
  • il 36% ha investito tra 1k e i 10k
  • il 38% tra i 10k e i 50k

QUANTO SI INVESTIRA’?

Soprattutto osservando le multinazionali si ha una proiezione positiva per gli anni successivi che testimonia un ROI sulle operazioni: il 65% di chi ha investito in influencer dichiara di aver aumentato il budget per gli anni successivi.

SOCIAL NETWORK PRINCIPALI, OBIETTIVI E ULTIME TENDENZE

Dopo una breve descrizione di quelle che sono le piattaforme più utilizzate, analizzando gli ultimi dati è importante concentrarsi sulle nuove funzioni e offerte dai social.

FACEBOOK

Si tratta di una delle piattaforme più famose. E’ stato ideato da Mark Zuckerberg per colmare i problemi di comunicazione tra gli studenti di Harvard, nel 2004 venne lanciato a scopo commerciale. Oggigiorno permette ampia interazione tra gli utenti e consente alle aziende di creare pagine a scopo pubblicitario o per sponsorizzare eventi pubblici e privati.

Nel 2017 è stata introdotta la nuova funzione di Marketplace, la quale si basa su un meccanismo di buy and sell: sia le aziende che i semplici utenti promuovono i propri prodotti e immediatamente incontrano la domanda di chiunque sia interessato.

Con Facebook Payments sempre nel 2017 è stata acquistata una licenza bancaria irlandese con l’intento di lanciare il guanto di sfida alle banche tradizionali puntando ad un mercato che si aggirerebbe intorno ai 500 miliardi di $. Il sistema bancario è basato su convenienza grazie riduzione costi, personalizzazione in base alle preferenze degli utenti e semplicità, perché può essere usato da tutti.

INSTAGRAM

Instagram conta ben 1 miliardo di utenti e 700 dipendenti. Il suo valore attuale si aggira su circa 100 miliardi di dollari e, a differenza di Facebook, il suo fatturato è in continuo aumento. Anche se inizialmente il suo scopo principale era quello di condividere immagini, adesso è sempre più sfruttato per ottenere visibilità e popolarità soprattutto dalle aziende che si servono di influencer e blogger per far conoscere ai consumatori i propri prodotti. Perché questo avvenga, gli imprenditori sono disposti a pagare anche 12 000 $ a post.

È chiaro che si tratta di cifre molto alte, la domanda nasce spontanea: perché le aziende dovrebbero investire somme così elevate?

Le analisi confermano che il 50% del tempo dedicato ad Internet viene speso sui social, che il 90% dei clienti si fida del parere degli influencer e il 75% preferisce informarsi online prima di effettuare qualsiasi acquisto.

Ovviamente non possiamo non citare Chiara Ferragni, che ha fatto di Instagram il suo core business. È stata la prima ad essere riconosciuta come fashion blogger ed è, secondo Forbes, l’influencer con maggior successo al mondo. È arrivata a creare un marchio con il proprio nome che arriva a contare un patrimonio netto tra gli 8 e i 10 milioni di euro.

WE CHAT

È un servizio di messaggistica creato nel 2011, diffuso soprattutto in Cina. Il suo download è gratuito, infatti l’app si monetizza attraverso la vendita di stickers. Il servizio WeChatPay consente agli utenti di scambiarsi del denaro ed è possibile registrare 11 miliardi di dollari di transazioni.

WHATS APP

Si tratta dell’app di messaggistica più diffusa in Europa, creata nel 2009 e successivamente acquistata da Facebook nel 2019. Ad oggi vengono inviati più di 42 miliardi di messaggi al giorno gratuitamente, anche se inizialmente, per poterne usufruire era necessario un costo di download intorno ai 0,99 euro. L’obiettivo prossimo di Zuckerberg è rendere proficua l’app incrementando Whatsapp Business, servizio che permette alle aziende di interagire con la propria clientela attraverso il pagamento di quote che vanno da 1 a 9 centesimi a seconda delle interazioni con i clienti. Il progetto sembra essere avvincente, infatti Forbes stima per questa attività ricavi intorno al 4 $ a persona entro il 2020.  Ultima novità è che Facebook sta lavorando alla possibilità di creare una criptovaluta vincolata al dollaro con l’obiettivo di inviare forme per effettuare scambi di denaro con transazioni validate attraverso la Blockchain.

Molto spesso, quando un oggetto è utilizzato in automatico, il suo valore viene dato per scontato. Da qui nasce l’esigenza di capire che, per poter sfruttare un’innovazione, è necessario essere tempestivi nel riconoscere appieno le nuove potenzialità. I social network sono una risorsa e la comunicazione è fondamentale. Solo accorciando le distanze è possibile catturare l’attenzione e colpire il cliente. Tutto sta cambiando velocemente ed è vero, adeguarsi alla novità implica rischiare, ma “Se non ti sbagli ad ogni passo che fai, significa che non stai innovando nulla”.

Alessandra Bundone

BLOCKCHAIN: verso un futuro decentralizzato.

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Venerdì 7 Dicembre 2018 l’incontro dei soci UBES è stato incentrato sulla nuova tecnologia Blockchain ponendo l’accento sulle future applicazioni ed eventuali criticità.

Inizialmente si è definita la categoria di appartenenza della Blockchain, che fa parte delle cosiddetti Distributed Ledger Technologies. Dunque è principalmente un modo innovativo di condividere i dati tra più parti mediante libri mastro condivisi e in tal senso è stata definita impropriamente come “Nuova Internet”. Le applicazioni sono numerosissime (Finanza, Governance, Pagamenti, Smart Contracts, voto, Internet Of Things ecc…) e i vantaggi derivano da quattro caratteristiche proprie di questo particolare tipo di database: trasparenza, poiché la Blockchain è aperta e visibile a tutti i partecipanti; immutabilità, poiché i dati delle transazioni non possono essere modificati; sicurezza, poiché le transazioni non dovrebbero essere in linea di principio revocabili; decentralizzazione, poiché i dati non sono gestiti da un organismo centrale ma da più “nodi”.

La tecnologia sottostante è stata concettualizzata negli anni ’90 da tre ricercatori statunitensi e ha avuto varie applicazioni nello stesso decennio quali le valute virtuali dell’ E–Gold e il DigiCash, poi fallite a causa di problemi di sicurezza e normativi. Nel 2008 un soggetto anonimo, Satoshi Nakamoto, pubblicò on-line un paper riguardante il concetto di Bitcoin e lanciò la criptovaluta l’anno successivo, creando di fatto la prima applicazione riuscita della Blockchain. Tuttora ai più non è molto chiaro come possa funzionare e per questo è possibile esemplificare una transazione, per cui ogni qualvolta un soggetto voglia effettuare un pagamento si crea un “blocco” (criptato tramite un codice alfanumerico che si chiama “hash”) che entrerà a far parte dei libri mastro dopo la validazione da parte di tutti i partecipanti. Si distinguono tre tipi di Blockchain a seconda della modalità di accesso che può essere aperta a chiunque o chiusa in base a determinati requisiti e del tipo di controllo, per cui è possibile che l’operazione sia validata da ogni partecipante o da un gruppo ristretto. Esistono numerose problematiche che riguardano i profili regolamentari, l’elevata capacità di storage, la non interoperabilità delle piattaforme dedicate e la capacità computazionale richiesta per eseguire gli algoritmi alla base di alcuni tipi di Blockchain.

Successivamente si sono trattate le applicazioni pratiche della tecnologia partendo dalle criptovalute. Tra le tantissime esistenti (Monero, Ripple, Litecoin, Dogecoin ecc..) sono state oggetto di analisi il famoso e controverso Bitcoin, la criptovaluta alla base degli Smart Contracts cioè Ethereum e Dash, famosa per il sistema di gestione in parte centralizzato in maniera da velocizzare le transazioni. Tuttavia le criptovalute non sono l’unica applicazione possibile per questa tecnologia, che è stata utilizzata per numerosi progetti nei settori più disparati come salute, mobilità, supply-chain, settore bancario e addirittura le elezioni in Sierra Leone. Sono state analizzate poi delle start-up ad alto potenziale con alla base questa tecnologia tra cui Helbiz (fondata dall’imprenditore Italiano Salvatore Palella e operante nel settore della mobilità e dello sharing di vetture), Shivom (nata per semplificare l’accesso ai test del DNA e per garantire una forma di retribuzione per i soggetti il cui DNA fosse impiegato in degli studi), FidentiaX (piattaforma per la compravendita e lo scambio di polizze assicurative), Propy (che si propone come tres d’union tra professionisti e acquirenti nel settore dei trasferimenti di proprietà transfrontalieri) e Choon (una piattaforma di streaming con un metodo di retribuzione non mediata per gli artisti che pubblicano le loro canzoni).

Particolarmente interessanti appaiono anche i potenziali utilizzi dell’infrastruttura nell’ambito dei servizi finanziari, considerato che negli ultimi anni gli investimenti sono cresciuti esponenzialmente e l’aspettativa per il 2019 supera di ben 100 milioni quella del 2018. In Italia un gruppo composto da 16 banche ha iniziato a sperimentare la tecnologia nell’ambito del procedimento di spunta interbancaria seguendo un trend internazionale che ha visto numerose sperimentazioni in ambiti come lo scambio di asset, la gestione di riserva cassa, l’esecuzione e insediamento commerciale e la registrazione di risorse fisiche. Di particolare rilievo dal punto di vista industriale appare il progetto open source della fondazione Linux noto come Hyperledger. Nato nel 2016 dalla collaborazione di INTEL e IBM oggi prevede più di 200 partner commerciali e si è articolato in 6 ulteriori progetti volti alla creazione di una infrastruttura per la condivisione di informazioni commerciali e l’esecuzione di transazioni in maniera neutrale, favorendo l’informazione e il dialogo sulla tecnologia e creando terreno fertile per ulteriori sperimentazioni. Hyperledger Sawtooth in particolare permette la tracciabilità, mediante l’apposizione di sensori collegati a un network, di qualsiasi bene in maniera sicura e non modificabile, garantendo la provenienza degli stessi con effetti particolarmente positivi sul commercio in settori in cui è difficile garantire la qualità dei prodotti data l’elevata presenza di intermediari non fidati.

https://www.youtube.com/watch?v=8nrVlICgiYM

Infine si sono analizzati alcuni profili regolamentari e normativi della Blockchain partendo dagli Smart Contracts. Questo tipo di tecnologia è stata definita per la prima volta negli anni ’90 dal giurista, informatico e crittografo ungherese naturalizzato statunitense di nome Nick Szabo. Non sono un termine presente in alcuna normativa e indicano in ingegneria un protocollo computazionale di transazione volto all’esecuzione di termini contrattuali in maniera da diminuire la necessità di intermediari fidati e i costi derivanti dal caso o dalla mala fede delle parti. Un esempio per la realtà degli anni ’90 sono i POS ma oggi per parlare di Smart Contracts è necessario che operino automaticamente in un ambiente DLT. I vantaggi di questa applicazione appaiono evidenti al confronto con i cosiddetti Dumb Contracts che sono i contratti come tradizionalmente previsti dal Codice Civile, poiché si evitano gli errori derivanti da compilazione manuale, la transazione è sicura e criptata, l’esecuzione richiede pochissimo (minuti invece di anni in caso di risoluzione giudiziale per inadempimento) e in generale non sarebbe necessario il ricorso a avvocati e a intermediari fidati. Tuttavia quest’ultima affermazione va valutata con attenzione sotto due profili. Sotto il profilo della sicurezza il caso DAO (acronimo di Decentralized Autonomous Organization, un’organizzazione basata su insieme di Smart Contracts hackerata nel 2016) ha posto l’accento sulle problematiche relative all’effettiva tenuta da un punto di vista di cybersecurity della tecnologia. Inoltre, sotto il profilo della necessità di esperti in diritto in fase di negoziazione e esecuzione, alcune clausole quali le clausole di forza maggiore, di eccessiva onerosità sopravvenuta o che prevedano l’esecuzione in termini ragionevoli necessitano in ogni caso l’intervento umano poiché non è possibile esprime un grado così elevato di indeterminatezza in semplice linguaggio macchina senza l’ausilio di un terzo umano.

Altro aspetto posto in rilievo è stato quello della disciplina delle cosiddette Initial Coin Offerings. Questa forma di finanziamento online prevede l’emissione di “token” (criptovalute dedicate) da parte di una società alla ricerca di capitali. Sono create sul calco delle Initial Public Offerings, operazione di mercato che prevede che una società che si voglia quotare emetta dei titoli al fine di finanziarsi. Al di là del fine comune permangono delle differenze notevoli tra le due modalità di finanziamento riguardo la differente durata, il pubblico a cui si rivolgono, l’affidabilità e soprattutto la regolamentazione. A differenza delle IPO, le ICO hanno una regolamentazione pressoché nulla nella maggior parte degli ordinamenti, nonostante abbiano un volume miliardario e abbiano superato per entità gli investimenti in tecnologia Blockchain derivanti da Venture Capital. Per tracciare un quadro normativo è necessario dunque guardare alle varie tipologie di “token” che possono essere emessi distinguendo tra criptovalute vere e proprie, strumenti finanziari (security token) e utility token. La prima classificazione è avvenuta negli Stati Uniti in merito al caso The DAO. La Security and Exchange Commission Statunitense (un’equivalente della nostra CONSOB) definì per la prima volta i token emessi dalla DAO come dei contratti di investimento in valori mobiliari e come capitale di rischio, facendoli rientrare nella apposita disciplina del Security Act. Tale provvedimento è stato il primo del genere e ha fatto da apripista a livello globale. Oggi abbiamo alcuni stati come la Cina e la Corea del Sud che vietano le ICO in attesa di ulteriori sviluppi normativi, alcuni come la Svizzera, l’Estonia e il Giappone che prevedono normative di favore e la maggior parte degli stati in cui vi è un approccio on-the-case in base al tipo di token. In particolare in Italia per le criptovalute si applica il D. Lgs. 90/2017 in materia di valute virtuali e la normativa antiriciclaggio per i soggetti che le scambino, il Testo Unico della Finanza, il MiFID II e i regolamenti CONSOB in materia di strumenti finanziari per i Security Token e le norme del Codice del Consumo riguardo alla corretta stesura di un prospetto informativo per gli Utility Token, oltre che le norme in materia di comproprietà.

L’incontro si è concluso con una discussione riguardo le prospettive future per la tecnologia. E’ emerso che molto probabilmente la Blockchain acquisirà crescente importanza negli anni a venire e in tal senso sarà necessario acquisire conoscenze specifiche per risultare più appetibili nel mercato del lavoro. Al di là della riuscita o meno della tecnologia, poi, pare utile un dibattito sereno che vada al di là del circo mediatico che è stato costruito intorno a quella che è essenzialmente un’infrastruttura innovativa con infinite applicazioni oltre quelle evidenziate nell’incontro e, soprattutto, oltre i Bitcoin e le criptovalute da cui ne deriva in parte la pessima fama.

Daniele Vincenzo Rizzo

VERSO IL JOB PLACEMENT: UBES accorcia le distanze fra Università e mondo del lavoro.

IMG-20181128-WA0002 buonAncora oggi il mondo del lavoro e quello universitario sembrano essere due realtà incompatibili, molto distanti tra loro. Frequentemente, le imprese hanno accusato l’Accademia di aver trascurato le esigenze emergenti negli ambienti lavorativi. Fortunatamente, qualcosa sta cambiando. USiena Business & Economics Society è parte attiva di questo cambiamento ed è proprio per questo che Venerdì 23 Novembre ha avuto il piacere di accogliere nel plesso di San Francesco Gianluca Russo, Key Account Developer della regione Italia presso Barilla Group e Marzia Russo, Marketing and Sale Analyst in FCA.

I due fratelli, entrambi ex studenti della Facoltà di Economia “Richard M. Goodwin” dell’Università degli Studi di Siena, si sono inseriti con successo in realtà aziendali molto importanti e, attraverso un’analisi delle loro esperienze professionali, riferiscono quali sono stati i punti di forza che hanno contribuito al raggiungimento dei loro obiettivi.

Cosa richiede oggi il mondo del lavoro?

“Il risultato accademico non è tutto, ma è fondamentale”. Questo è quello che affermano entrambi senza giri di parole. Le grandi aziende ricevono migliaia di candidature al giorno, i colloqui sono sempre più selettivi e ricercano persone competenti e qualificate con curriculum internazionali. Durante la fase di selezione i competitors sono molto agguerriti, in particolar modo coloro che provengono da istituti privati il cui nome è sinonimo di eccellenza.

“Io confido molto nell’Università pubblica. Informatevi! Siena offre molte opportunità ai propri studenti ma sta a voi saperle sfruttare” asserisce Marzia che, dopo un Erasmus in Svezia e un semestre di studio in Giappone, crede fermamente nei vantaggi che queste esperienze donano a chi possiede il coraggio di partire. La mobilità non contribuisce solamente alla costruzione di un percorso formativo diversificato ma permette anche di potenziare la conoscenza delle lingue straniere e di sviluppare capacità specifiche valutate positivamente dai reclutatori (adattabilità e flessibilità,  consapevolezza interculturale, autogestione …).

La concorrenza, non più meramente europea ma globale, ha spinto le grandi aziende ad aumentare le proprie aspettative nei confronti degli aspiranti in corso di valutazione. Oltre ad una carriera accademica puntuale, alla conoscenza di una seconda lingua e alle competenze basiche di utilizzo degli strumenti informatici essenziali, lo stage ricopre un ruolo fondamentale. L’interesse verso il mondo del lavoro prima della conclusione del ciclo accademico darà precedenza al candidato e ne favorirà l’inserimento nell’ambiente aziendale.

Come reagire alle domande inaspettate?

Durante i colloqui è facile imbattersi in domande stravaganti che possono intimidire o generare panico in chi è chiamato a rispondere. Quante lavatrici sono state cambiate quest’anno in Italia? Quante monete da 1 cent. entrano in una stanza? Quanto pesa un Boeing 737 vuoto? Difficilmente qualcuno sarà in grado di fornire un numero esatto e questo lo sa bene anche chi ha posto la domanda. Naturalmente, i selezionatori non sono interessati alla soluzione ma alla reazione e alla strategia risolutiva che il candidato adotta di fronte ad un tale interrogativo.

In qualsiasi situazione la sincerità (non ingenuità) e la spontaneità verranno sempre premiate, soprattutto di fronte a quesiti di interesse personale, caratteriale e attitudinale.

È facile trovare la propria strada?

L’inserimento iniziale nel mondo del lavoro è tutt’altro che semplice, talvolta disorientante. Può trascorrere molto tempo e centinaia di candidature prima di ricevere una sola risposta. Le prime esperienze possono rivelarsi deludenti o semplicemente incompatibili con la nostra personalità.

“Consulenza, mondo del lusso e largo consumo. Adesso, da 4 anni sono in Barilla e mi sono innamorato dei valori che l’azienda mi trasmette ogni giorno ma prima di trovare questa collocazione ho dovuto girare per capire cosa volessi fare” asserisce Gianluca. Le scelte sbagliate e i momenti infelici sono all’ordine del giorno ma Umiltà, Curiosità e Passione possono aiutare chiunque a superare qualsiasi difficoltà di percorso. L’ambizione e la fermezza nel proseguire i propri scopi sono necessarie per la costruzione di una carriera gratificante con  la consapevolezza che si può sempre migliorare, la fame continua di conoscenza, il vivissimo entusiasmo e amore per ciò in cui crediamo dovranno sempre superare la brama di vincere.

Annalisa Pancani

 

Una vita da HR Manager!

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Un altro anno accademico è iniziato con un importante evento che si è tenuto venerdì 26 ottobre nell’aula “Franco Romani” nel polo didattico San Francesco. Per l’occasione abbiamo avuto il piacere di ospitare Paola Teodori, Responsabile Servizio Sviluppo e Selezione Risorse Umane di Banca Monte dei Paschi di Siena.

Nata nel 1472, il Monte dei Paschi di Siena è la più antica banca del mondo ancora in attività ed è uno dei principali gruppi bancari italiani. Negli anni ha saputo mantenere il suo posizionamento, ricordandosi sempre delle sue antiche radici e tradizioni.

Come ha sottolineato Paola Teodori l’organizzazione della Banca è molto articolata e rappresentata da numerose aree e ambiti: commerciale, finanziaria, legale e  risorse umane. Questo permette alla Banca di essere presente in modo capillare su tutto il territorio nazionale.

In particolare, il Servizio di cui è Responsabile Paola Teodori ha due anime: la funzione di Selezione e quella di Sviluppo. Se da un lato è importante la selezione dei candidati in ingresso, dall’altro, risulta fondamentale conoscere la propria popolazione aziendale e valorizzarla in ottica di sviluppo. In questo contesto, Paola Teodori ha sottolineato l’importanza delle dieci soft skills individuate dal World Economic Forum e del loro allenamento o sviluppo: “Ognuno di noi possiede ognuna delle dieci capacità, solo che alcune sono già fortemente espresse e particolarmente visibili, altre sono meno evidenti e possono essere allenate”. Le soft skills sono quindi fondamentali per la nostra attività lavorativa, ma anche per la nostra quotidianità in generale, ci caratterizzano e permettono di differenziarci. In una banca come Monte Paschi risultano importanti il pensiero critico, il lavoro di gruppo e l’intelligenza emotiva, ma anche la determinazione, la proattività e l’organizzazione. Ovviamente, ognuna non è disgiunta dalle altre, anzi, devono fondersi per potersi potenziare l’una con le altre.

Durante il dibattito finale, Paola Teodori ha avuto modo di condividere alcuni preziosi consigli che possono essere utilizzati sia durante un colloquio sia in fase di stesura di un Curriculum Vitae: essere sempre sé stessi, porre molta attenzione alla veridicità e all’appetibilità dei dati immessi nel curriculum con particolare riguardo alla social reputation.

“Io ho avuto grandi opportunità che mi sono state date ma ho messo in pratica delle capacità che mi hanno sempre caratterizzato: la determinazione, la proattività, la curiosità di capire e apprendere e la resilienza”. Paola Teodori

Guido Tanzarella

 

Sotto l’ombrello della Sharing Economy

DON'T TELL MY MOM (3)

Giovedì 16 novembre, la riunione settimanale dei soci si è improntata sulla Sharing Economy. Il tema in questione è divenuto un modello di business che, abbattendo le barriere geografiche, viene inteso per facilitare peer-to-peer markets, ovvero la messa in commercio di beni, servizi e capacità possedute dai consumatori stessi. Essi possono così “capitalizzare” in qualche senso le proprie conoscenze e possedimenti. Nel corso della presentazione sono state analizzate le principali caratteristiche, l’evoluzione del fenomeno, i principali settori ed infine i problemi che si innescano quando si parla di questa nuova forma di economia.

La sharing economy si basa su dei principi cardine quali la socializzazione e la condivisione che si presentano come delle alternative ai sistemi tradizionali di mercato: essa infatti si è affermata come nuovo modello di economia per rispondere alle sfide imposte dalla crisi. Si parla, dunque, di relazioni orizzontali tra persone. Sono presenti tuttavia anche altri fattori macroeconomici che hanno trainato questa strabiliante crescita. Ovvero, da un lato la crisi economica del 2008 che causa una crescente sfiducia nei confronti delle aziende ed in aggiunta l’aumento della disoccupazione e la diminuzione del potere d’acquisto che hanno favorito la tendenza dei consumatori a risparmiare sulle spese e a ricercare fonti di reddito supplementari. La sharing economy è per questi motivi il promotore di cambiamenti culturali ed in ciò rientrano le preoccupazioni in materia ambientale. Preoccupazioni quali: la riduzione dello spreco, la transizione verso un’economia più rispettosa dell’ambiente, la condivisione di attività sottoutilizzate, l’insufficiente mutuazione reciproca. Si tratta ormai di un fenomeno globale in continua espansione ed evoluzione, che è entrato a far parte della nostra realtà e ad oggi conta migliaia di diverse possibili applicazioni nella vita di tutti i giorni.

Attraverso un sistema di rating e feedback degli agenti che permette di creare un sistema, basato sull’esperienza e la fiducia, infatti, ad oggi si può condividere praticamente di tutto: cose, competenze, denaro e tempo.

Di seguito, vengono riportati alcuni dei settori analizzati in cui la sharing economy risulta essere particolarmente popolare e di successo. Iniziando col settore dei trasporti, sono stati sottoposti i casi di Bla Bla car, Uber e Lyft i quali, offrono servizi di car-sharing o car-pooling. Infatti, per chi non preferisce utilizzare i mezzi pubblici o non volesse viaggiare da solo è possibile condividere il viaggio con altri passeggeri. Parimenti noto è il settore dell’ house sharing. A tal fine, sono nate grandi piattaforme che permettono di condividere la propria abitazione. Esempio lampante è il portale online Airbnb che mette in contatto persone in cerca di un alloggio con prossimi che dispongono di uno spazio extra da fittare, generalmente privati. Gli annunci includono sistemazioni varie: da stanze private, a igloo, passando per ville, barche e castelli. Proseguendo col settore della Conoscenza, si sono sviluppate piattaforme come La Khan Academy: organizzazione educativa senza scopo di lucro creata nel 2006 da Salman Khan, ingegnere statunitense, che ha lo scopo di offrire servizi, materiali e tutorial gratuiti per l’istruzione e l’apprendimento a distanza attraverso tecnologie di e-learning. Ancora è importante citare Wikipedia, una enciclopedia collaborativa di libero accesso disponibile grazie al contributo di volontari in 280 lingue. E molti altri ancora come Hello talk: un’applicazione che permette l’insegnamento e l’apprendimento di lingue o i TED talks che si occupano di condivisione di idee. Ovviamente la condivisione non poteva non incidere in ambito finanziarioDi fatti, il meccanismo conosciuto con il nome Crowdfunding (finanziamento collaborativo) nasce con l’intento di dare l’opportunità a piccole imprese o startup di iniziare la loro attività tramite il finanziamento proveniente da una grande folla (crowd) di soggetti in cambio di titoli o altre benefici.

USiena Business & Economics Society (4)

Con lo scorrere del tempo però, il significato e l’ambito di applicazione di questo nuovo modello di economia si è andato via via evolvendo e ampliando, rendendo difficile dare una definizione univoca del fenomeno. A causa dell’ampiezza di applicazione, spesso nascono delle incertezze e delle problematiche. Innanzitutto, quando si parla di sharing economy bisogna chiedersi se tutti le applicazioni siano perfettamente uguali o bisogna fare in modo che nasca una distinzione tra i piattaforme che si prestano alla mera condivisione come CouchSurfing (servizio gratuito di scambio di ospitalità) e altri che prevedono il pagamento di quote ad esempio AirB&B per i servizi offerti. In termini tecnici, infatti la seconda viene identificata come “rental economy” però in mancanza di una chiara conoscenza concettuale sorgono non pochi dubbi, soprattutto quando si parla di regolamentazione. Tutti limiti che finiscono per far confusione con meccanismi che utilizzano la scusa di un’economia di condivisione col fine di creare un ambiente favorevole alla nascita di veri e propri business. I business in questione sono dei sistemi di reintermediazione in cui la regolamentazione, la tutela ai lavoratori e dei consumatori è quasi assente. A sostegno di questa affermazione ci sono varie proteste, come quella dei tassisti di Uber, e anche studi che ad esempio vanno ad evidenziare comportamenti razzisti. Infine parlando in ottica finanziaria le start-up che permettono l’intreccio di queste relazioni incontrano delle difficoltà nel nostro paese. In Italia, infatti, anche le idee più innovative e utili, incontrano non poche difficoltà sul finanziamento, privato o pubblico che sia.

In conclusione, bisogna poter guardare alla sharing economy in tutta la sua totalità ed agli enormi benefici che potrebbe apportare, cercando di non incappare in quei circoli viziosi che fanno nascere solo nuove strade per poter trarre profitti personali a discapito della società. La sharing economy ci mostra che possiamo trovare soluzioni in grado di migliorare la propria condizione e dare maggiori opportunità ai nostri pari.

 

A cura di

Simona Pascucci

Martina Polemi

Anna Sequi

Francesco Vertuccio

La metamorfosi dell’industria musicale nell’era del digitale

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Nell’ultimo ventennio il mercato della musica ha subito radicali mutamenti, dettati in parte dal continuo affermarsi di nuovi supporti, o device, i quali hanno riformato definitivamente il modo di creare, diffondere ed ascoltare musica, ed in parte dai cambiamenti nelle abitudini di consumo e nell’approccio ai contenuti multimediali da parte degli utenti.

La storia è quella di un’industria che vide le sue origini nel lontano 1877, quando Thomas Edison, con l’invenzione del fonografo, rese l’ascolto accessibile senza il bisogno di una performance dal vivo. La successiva introduzione del grammofono diede inizio all’era del vinile. Quest’ultimo fino agli anni settanta fu il più diffuso supporto per la riproduzione audio di materiale pre-registrato, insidiato negli anni ottanta dall’arrivo sul mercato delle musica cassette, a loro volta sostituite, negli anni novanta, dal Compact Disk (CD) che attualmente ricopre ancora un’importante fetta dei ricavi dell’industria discografica mondiale.

Nel 1995 venne ideata, con l’obiettivo di codificare uno standard globale per la riproduzione di file audio, l’estensione Mp3. Le implicazioni di questa innovazione per l’industria musicale assunsero proporzioni enormi e impreviste: iniziò così l’era del P2P (Peer to Peer) file sharing e soprattutto della pirateria online, la quale ebbe un impatto devastante sui mercati e sui fatturati delle principali etichette discografiche. Secondo un rapporto dell’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) del 2013, i ricavi annui dell’industria subirono una contrazione superiore al 45% nel periodo 2001-2013, passando da 27,6 miliardi di dollari nel 2001 a “soli” 15 alla fine del 2013.

La rivoluzione digitale dell’industria musicale , in ogni caso, ha raggiunto il suo punto più alto con l’avvento degli smartphone, i quali hanno concretamente rivestito il ruolo di “distruzione creatrice” per quanto riguarda i supporti, e al contempo hanno stravolto i comportamenti di consumo degli utenti, sempre più interessati ad accedere ai contenuti piuttosto che a possederli.

Amazon Music And Spotify

La risposta più adatta ad assecondare questa nuova esigenza di consumo è stata data dallo Streaming che ha reso la musica democratica, accessibile e sempre disponibile. La nascita di piattaforme di music streaming, come ad esempio Spotify, ha contribuito a contemperare gli interessi dei vari players: le Majors hanno introiti derivanti dall’ascolto di file musicali (seppur più bassi rispetto ai margini precedenti); gli utenti possono ascoltare la musica quando e dove desiderano, in modo legale e a prezzi contenuti; i musicisti hanno la possibilità di raggiungere un pubblico vastissimo senza fatica.

Da non sottovalutare è anche come queste piattaforme stiano contribuendo a mitigare il fenomeno della pirateria: uno studio della Commissione Europea rivela come ad ogni 47 ascolti in streaming corrisponda un download illegale in meno.

Dopo 15 anni consecutivi di calo, nel 2016 il mercato musicale si è consolidato ed ha raggiunto un valore di quasi 16 miliardi, registrando, secondo il Global Music Report 2017 diffuso da IFPI, una crescita del 5,9%, che corrisponde alla performance migliore da quando IFPI tiene il monitoraggio del mercato (1997).

Questo secondo anno consecutivo di crescita ha visto lo streaming come protagonista (+17,7% con ricavi pari a 4,6 miliardi di dollari) per quanto riguarda il mercato digitale; mentre i ricavi dalla vendita del fisico sono calati (-7,6%) insieme a quelli provenienti dal download (-20,5%), nonostante i due segmenti continuino ancora a rappresentare un’offerta significativa.

A ben vedere, l’attesa e tanto sperata crescita di questa industria ha seguito anni di investimenti ed innovazioni per le case discografiche, impegnate nello sforzo di creare un mercato musicale digitale dinamico e robusto, e di adattare i propri modelli di business a quello che è un mercato in cui la tempestiva disponibilità dei contenuti è ormai divenuta di fondamentale importanza.

 

A cura di

Francesco Vitale